Premio d’illustrazione “Stepan Zavrel”

La pulce. Fiaba narrata da Antonella Ossorio. Tratta da Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile



Premio per la migliore illustrazione 3 –8 anni
Qui di seguito riporto l'intera fiaba. Chi avra' pazienza di leggerla ne sarà premiato.

LA PULCE
Un giorno il sovrano d’Altomonte s’era assopito sul trono. Sognando sogni da re, il Signore d’Altomonte dormiva, sotto gli occhi di ministri e cortigiani. I quali, nel vederlo così, la testa ciondoloni, il respiro pesante, il corpo abbandonato, riflettevano su quanto il sonno renda simili l’umile e il potente, come frutti della stessa pianta, come figli della stessa madre. Uguale considerazione, se gli insetti ragionassero, avrebbe forse concepito la pulce che con un salto s’era insediata sul collo del re. Fu invece l’istinto a suggerirle che sotto il manto di raso bordato di ermellino c’era carne d’uomo e dentro la carne scorreva sangue, gustoso da succhiare quanto quello dello sguattero del quale s’era cibata poco prima. La pulce, ingolosita, morsicò il sovrano che, tirato di peso fuori dal sonno, se ne uscì con un ben poco regale: “Puozza schiattà!” . Poi, serrati l’indice e il medio a tenaglia, acciuffò l’insetto e, prima d’acciaccarlo, volle guardare l’essere che aveva osato macchiarsi del reato di lesa maestà. Col dovuto disprezzo, il re guardò la pulce e subito dopo il disprezzo lasciò posto alla meraviglia, e la meraviglia all’ammirazione. “Bella!” pensò il re. Sì, veramente bella, e grossa e gagliarda. Una pulce come quella meritava rispetto, sicché il sovrano decise di concederle grazia. Ragion per cui, l’infilò dentro una brocca e, nutrendola, giorno dopo giorno, col sangue del suo braccio, procurò che crescesse e prosperasse. E la pulce crebbe e prosperò al punto che dalla brocca bisognò trasferirla in una gabbia e dalla gabbia in una stia e dalla stia in un recinto. Là dentro la prigioniera, sempre nutrendosi di sangue reale, proseguì il suo sovrannaturale sviluppo che la portò, nell’arco di sette mesi, a divenire smisurata quanto un castrato. La qual cosa riempì il re d’Altomonte d’orgoglio, e di pensieri strani la sua testa; e da pensiero strano nasceva ispirazione folle, e da ispirazione folle fioriva proposito temerario. Il sovrano, reputandosi l’artefice di quella meraviglia, smaniava che la sua impresa fosse conosciuta, glorificata, eternata per quanto valeva. Non era, quello, né il primo né l’ultimo peccato di superbia del re, ma a farne le spese, quella volta, fu la pulce, se ancora così si poteva chiamare l’essere mitologico nel quale l’insetto s’era trasformato. Da sempre abituato a essere arbitro di vita e di morte, ad arrogarsi il diritto di versare il sangue altrui, oltre a quello di disporre dissennatamente del proprio, il re fece ammazzare la bestia, la fece scuoiare e ne fece conciare la pelle. Dopodiché emanò un bando: a colui che avesse indovinato a quale animale apparteneva quel cuoio, avrebbe dato in sposa la sua unica figlia, Porziella.
Appena l’editto fu pubblicato, la voce corse di bocca in bocca, attraversò i confini del Regno e le montagne, le Colonne d’Ercole e il Mare Grande. I pretendenti accorsero a frotte, a fiumane, a moltitudini. Uomini d’ogni età e razza, d’ogni ceto e condizione, fin dagli angoli più lontani del mondo, da luoghi così remoti da essere creduti fino ad allora nient’altro che leggenda, vennero ad Altomonte per sottoporsi alla prova e tentare la sorte. E qualcuno sosteneva che quella pelle era di gatto mammone, qualcuno affermava che era di lince, qualcun altro sentenziava che era di coccodrillo del Nilo; e chi la riconosceva come la pelle del drago che da sempre dorme sotto il Vesuvio, chi come quella d’una chimera, chi come quella d’un unicorno, chi come quella della balena che nel suo ventre ospitò il profeta Giona.
“Aseno! Smocco! Che stracchimpàcchio, locco! ” tutte le volte strillava il re, gonfio di soddisfazione. Ragion per cui, masticando l’amaro sapore della sconfitta, i pretendenti, ad uno ad uno, se ne partivano dal Regno. Fino a quando a misurarsi con l’enigma arrivò un orco. Era, costui, la cosa più grossa e deforme che mai si fosse veduta a memoria d’uomo: un pappagnàcco era, uno stùrcio, un guaio di notte, un incucièrvo . L’orco, appena arrivato, si mise ad occhieggiare, a palpeggiare, ad annusare la pelle, dopodiché dichiarò:

“Chisto cuòiero, scamùso comme fosse preta pòmmice,
ricopriva, comme armàggio, l’arcenfànfaro de li pùlece! ”.

“Aseno! Smocco…” fece per dire il re, che aveva lingua così veloce che certe volte il suo pensiero affannava a starle appresso. Poi, resosi conto che l’orco ci aveva azzeccato, ingoiò gli improperi che stava per scaraventargli addosso e, dopo che li ebbe ingoiati, sentì che gli pesavano sullo stomaco come masso di tufo. Con voce smorta, la sua spavalderia se n’era andata a farsi benedire insieme alla maestà oltraggiata, rivolto a tutti e a nessuno, disse: “Chiamatemi Porziella. La voglio qua. Subito”. E Porziella, chiamata, arrivò, e fu come se fosse entrato un raggio di sole, e la sala del trono ne fu illuminata e riscaldata. Tutti i presenti trattennero il respiro e spalancarono gli occhi perché potessero contenere tanta bellezza, e ciascuno dentro di sé pensava: “Ah, cuore mio! Pupàta impastata con latte e sangue, scrigno di delizie, vaso colmo di incensi profumati! Ah, bene mio! Palòmma bianca, occhi di brace, labbra di corallo!”. E ciascuno, guardandola, sentiva nel cuore come una piccola ferita, un dolore dolce, un graffio gentile. Non così il sovrano di Altomonte che, non consentendo alla bellezza di commuoverlo, né di distrarlo dagli affari suoi, le disse: “Pesa quanto il piombo e vale quanto l’oro, la parola di re. E io, mi si fosse in quel momento seccata la lingua! ho dato la mia. Ma chi poteva immaginare che a cogliere i frutti di questa beneficiata, a riempirsi la panza col ben di Dio di questa cuccagna, fosse proprio un orco! Al tata tuo, figlia benedetta, gli si spezza il cuore, ma oramai è andata com’è andata. Sicché pure per te adesso è tempo di andare…”.
Altre argomentazioni perché sua figlia accettasse l’inaccettabile stava per aggiungere il re, quando lo sguardo addolorato di Porziella gli fece morire le parole in gola. Di fronte a quegli occhi da giumenta mandata al macello, rimase muto e senza il manto di giustificazioni nel quale s’era avvolto si sentì nudo. Spogliato della sua ipocrita protervia, non era più gradevole a vedersi di quanto non fosse prima, mentre Porziella, vestita del suo dolore, era più bella che mai. Bello, e insieme terribile, fu il suono della sua voce, quando parlò: “Tempo di andare per me, dici, e intanto ti raschi dal cuore chi è parte del tuo sangue. Quali colpe ho commesso, padre, quali ingiurie vi ho usato per meritare una simile condanna? Ah, quanto sarebbe stato meglio, anziché vedere la luce di questo malogiorno, se la mia culla fosse stata letto di morte, la poppa della nutrice vescica di veleno e le fasce capestri! Quanto meglio se il mio respiro fosse stato anche l’ultimo, piuttosto che diventare merce di scambio per permettere a un tiranno di ricomprarsi la dignità perduta!”.
Il re, nel sentirsi buttare in faccia la parola “tiranno”, poiché non c’è lama che ferisca più a fondo della verità, pigliò fuoco come un albero colpito dal fulmine. “Mozzecùtola! Lengorùta! Forcellùta !” strillò a Porziella. Poi, comprendendo di aver così svenduto del tutto la sua onorabilità, si morsicò la lingua. Evitando di guardare sua figlia, disse all’orco: “Pigliatélla e portatélla !”. L’orco allungò la mano. Con faccia da condannata a morte, Porziella la prese e lo seguì.
In un bosco dove gli alberi sbarravano la strada al sole, dove i fiumi si muovevano nel buio come viandanti ciechi, in una selva scura come un camino otturato, spaventosa come l’entrata dell’inferno, stava la casa dell’orco. Il quale, a modo suo, ne aveva cura, avendola adornata tutt’intorno, per renderla più bella ed accogliente, con le ossa degli uomini che aveva divorato. Porziella si sentì agghiacciare il sangue. Chiamò la Morte perché venisse a pigliarla, ma quella, che arriva sempre quando non la cerchi, non rispose. Non rispose, Porziella, quando l’orco la salutò, che stava uscendo per andare a caccia. Né disse niente, ma voltò la faccia dall’altra parte per non vedere quell’orrore, quando lui fece ritorno a casa carico di quarti d’uomini ammazzati, che di certo la Morte non se l’erano chiamata ma l’avevano incontrata per destino e per disgrazia.
L’orco ne fu amareggiato: “Chest’è a dda confietti a li puòrci, mannàggia a me! – disse – E io che me so’ accìso ‘e fatica per non farti mancare il companatico, mannàggia a me e al bene che ti voglio! ”. E le voleva bene veramente, anzi l’amava, perché anche gli orchi hanno un cuore e pure nel suo, quando Porziella era apparsa nella sala del trono, s’era aperta una ferita dolce, dolorosa e profonda. Tanto che, d’improvviso rabbonito, tagliò dal braccio di uno degli ammazzati un pezzo di carne, l’avvicinò alla bocca di lei e sussurrò con tenerezza: “Jàmme , ch’è buono!”. Rimase deluso, l’orco, quando Porziella strinse le labbra e chiuse gli occhi. “Abbàsta accussì ! Me ne vado a caccia, ammazzo due cinghiali e domani mattina te li porto” disse.
Dalla finestra, lei lo guardò inoltrarsi nel bosco rusecàndo e brunnuliàndo : “Mannàggia a me!”. E quando l’eco delle maledizioni si spense, quando il silenzio riempì la casa, finalmente Porziella pianse. Tutte le lacrime che aveva trattenuto mentre suo padre se la vendeva all’asta, mentre l’orco la trascinava via, le rotolarono fuori dagli occhi. Pianse per la sua amara sorte, per tutte le vite spezzate dall’orco, comprese quelle dei cinghiali che lui le avrebbe portato domani per saziare la sua fame. Pianse per tutto il male che sporca il mondo. Quando quelle lacrime furono finite scoprì di averne altre, nascoste da molto tempo in qualche angolo buio del cuore. Erano le lacrime di quand’era piccola, quelle che s’era impedita di versare perché non è concesso a una figlia di re di esibire la sua fragilità. Pianse tutte le sue lacrime passate e presenti, e quando le lacrime di bambina e di ragazza furono finite, pianse le lacrime future. Prosciugate pure queste, pianse e pianse ancora, soltanto per piangere. A vederlo attraverso quella cascata che le sgorgava dagli occhi, il bosco pareva battuto da un temporale. Gli alberi cambiavano di forma, i rami ondeggiavano, fluttuavano, sembravano contorcersi come serpenti. Un cespuglio si mosse dal fitto della selva, camminò in direzione della casa, si fermò sotto la finestra. Poi una voce disse: “Bella figliò, me moro ‘e fàmma! ”. Porziella si asciugò gli occhi, ed ecco che quello che le era parso un cespuglio si rivelò una vecchia avvolta in un mantello nero. “Me moro ‘e fàmma!” ripeté, tendendo la mano.
“Pure io, buona donna, e magari questo fosse il peggiore dei guai miei!” le rispose Porziella. Poi le srotolò davanti come un tappeto tutta la storia, dal momento in cui quella pulce del malaugurio aveva morsicato il sovrano d’Altomonte, fino a quando la vecchia aveva chiesto la carità proprio a lei che non teneva più né cielo da vedere, né terra da camminare.
Disse la vecchia: “Ih, che malasciòrta ! Ma tu, nennélla , non t’avvilire, che storta va, diritta viene. Stammi a sentire, io tengo sette figli maschi: Mase, Nardo, Cola, Micco, Petrullo, Ascadeo e Ceccone. Sette querce, sette giganti che hanno più virtù del rosmarino”. Poi, dondolando la testa, prese a recitare una cantilena:

“Se Mase ‘nterra poggia la recchia ,
sente il rumore che fa una cagna
mentre si rosica la scarpa vecchia
d’un cameriere del re di Spagna.
Se Nardo sputa, da quello sputo
nasce sapone. Se la creatura
sputa e scaracchia più del dovuto
ne nasce un mare che fa paura.
Se Cola ‘nterra butta un ferretto
ci nasce un campo d’erba affilata,
se ‘nterra Micco lancia un rametto
nasce foresta folta e ‘ntricàta .
La goccia d’acqua buttata ‘nterra
dal mio Petrullo, bell’‘e mammà!
genera un fiume che, comme ‘a guerra,
tutto travolge, senza pietà.
Butta Ascadeo preta pretélla .
Cade lo sasso: bellezza mia!
Sorge una torre solida e bella,
‘na meraviglia, ‘na sciccheria.
E poi Ceccone: se a trenta miglia
c’è una gallina, con la balestra
senza esitare la mira piglia.
Le ceca un occhio, quello di destra”.

Sì, vabbè… e allora?” domandò Porziella, indispettita da tutto quell’orgoglio materno così sfacciatamente esibito.
“E allora, con l’aiuto dei figli miei, cercherò di strapparti alle grinfie dell’orco, che questo murzìllo saporito non è fatto per il cannaròne di quel satanasso.”
“Se le cose stanno così, spicciamoci, questo è proprio il momento propizio!” rispose Porziella “Quella malombra di mio marito è andato a caccia e non farà ritorno fino a domani.”
“No, oggi non si può fare, che sto di casa un poco lontano. Ci vediamo all’alba di domani. Statte bbona, bella figlio’ !”. Detto questo, la vecchia se ne andò e Porziella, sfinita dalle lacrime a dalla disperazione, cadde in un sonno profondo e nero come le bocche dell’Averno.
Il giorno dopo, al sorgere del sole, la foresta fu squassata da una voce che strillava: “Jamme, scétate, bella figlio’ !”. Porziella si affacciò alla finestra; là sotto c’era la vecchia, e dietro di lei i figli, certi marcantoni che al loro confronto le querce secolari del bosco parevano alberelli. I sette, con la madre in testa e Porziella nel mezzo, s’incamminarono alla volta della città. Ma non s’erano allontanati di mezzo miglio, quando Mase, appoggiato l’orecchio per terra, gridò: “All’armi, all’armi!”

“Che l’orco rincasò,
Porziella non trovò.
Sentì uno schianto al cuore.
Di lei solo l’odore,
l’odore di Porziella,
di balsami e cannella,
la casa tutta impregna.
Ma lui non si rassegna,
è ammalato d’amore,
e dietro a quell’odore
di miele e malvarosa,
quel profumo di sposa,
corre col fiato grosso.
Tra poco ci sta addosso!”.

Udito questo, Nardo sputò per terra e subito da quello sputo si generò un mare di sapone. Che dico, un mare! Era un oceano scivoloso, un abisso sdrucciolevole, uno sprofondo viscido. Alle cui sponde ben presto approdò l’orco, che però non si dette per vinto. Corse a casa, prese un sacco di crusca e se la strofinò sui piedi. E, sebbene a fatica, sebbene esitando, sebbene traballando, superò l’intoppo.
Tornato a mettere l’orecchio a terra, Mase disse a suo fratello Cola:

“Guaglio’ , si mette brutta,
la terra trema tutta!
Con passo da smargiasso,
arriva satanasso!”.

Al che, Cola gettò un ferretto al suolo e ne fece spuntare un campo di lame aguzze. Che dico, un campo! Era un podere coltivato a rasoi, una distesa acuminata, una pianura tagliente. Ai cui confini presto giunse l’orco che, nel vedersi impedito il cammino da quella messe affilata, non si perse d’animo. Corse un’altra volta a casa e si vestì di ferro da capo a piedi. Mentre s’infilava l’armatura pensava a Porziella, all’amore per lei che gli stava mangiando il cuore, a tutto quel bene sprecato; e più ci pensava, più la voleva; e più sentiva di volerla, più ripeteva, che altre parole non gli venivano: “Mannàggia a me!”.
Tutto avviluppato nella corazza di ferro come un baco dentro il bozzolo, l’orco tornò sul posto. E, sebbene tremando, sebbene imprecando, sebbene ferendosi, oltrepassò l’ostacolo. Mase, appoggiato nuovamente l’orecchio a terra, gridò:

“Più veloce e ‘nfamòne
del vento di gennaio,
arriva diavulòne.
Pozza passà nu guaio! ”.

Allora Micco lanciò un rametto, e nel punto in cui lo sterpo cadde subito sorse una macchia d’alberi. Che dico, una macchia! Era un bosco terribilissimo, una selva impenetrabile, una foresta primordiale. Al cui limitare presto giunse l’orco che, veduto questo mal passo, non si fece pigliare dallo sconforto. Mise mano a un coltellaccio che portava al fianco e prese ad abbattere da un lato un pioppo, dall’altro un cerro, da una parte a far crollare un corniolo, dall’altra un sorbo, di qua ad atterrare un leccio, di là a rovesciare un rovere. E, sebbene sudando, sebbene sfiancandosi, sebbene sacramentando, in pochi colpi rase il bosco al suolo e se ne uscì libero e franco da quell’intrico. Mase, recchie da lepre, tornò a strillare:

“Sta arrivando satanasso!
Come falco l’ali ha messo.
Su Porziella adesso piomba
e si pappa la colomba!”.

Sentito questo, Petrullo bevve un sorso d’acqua dalla sua borraccia. Poi lo sputò per terra e là dove aveva sputato prese a scorrere un fiume. Che dico, un fiume! Era il Rio del Terrore, una liquida massa impetuosa, la forza incontenibile della natura. Sul cui greto presto giunse l’orco che, nel vedere quest’altro strappo fatto a suo danno fu subito pronto a metterci una pezza. Si spogliò nudo e, coi vestiti in equilibrio sulla testa, attraversò il fiume a nuoto. E, sebbene inzuppandosi, sebbene annaspando, sebbene tossendo, passò dall’altra parte. Così cupo e rimbombante era il rumore dei suoi passi mentre s’avvicinava, che Mase lo udì senza nemmeno pigliarsi il disturbo di appoggiare l’orecchio a terra. E, tutto appauràto , disse:

“Buonanotte ai suonatori!
‘O spettacolo è fernùto !
Già mi vengono i sudori
e sto tutto aggreccenùto
quando penso a diavulòne
che ci acchiappa, mamma mia!
e con gran soddisfazione
ci riduce a scutriglìa ”.

E Ascadeo:

“Ora applaudano i presenti,
che il sipario resta alzato:
tengo pane per i denti
di quel brutto scornacchiàto !”.

Poi raccolse una pietra, la lanciò, e nel punto in cui quella cadde sorse un mastio, nel quale si rifugiarono, sbarrando l’entrata. Ma che dico, un mastio! Era un baluardo solidissimo, una roccaforte inespugnabile, una torre pari, per altezza e maestà, a quella di Babele. Al cui portone presto fu l’orco, che però nemmeno questa volta si scoraggiò. Tornò a casa, prese una scala da vignaiolo, se la caricò sulle spalle e corse alla torre. Mase, con l’orecchio teso, lo sentì arrivare. “All’armi!” gridò.

“Con la furia d’un leone
che è fuggito dalla gabbia,
sta arrivando diavulòne!
E’, ‘ngrifàto dalla rabbia!
Satanasso s’è ‘mpazzùto ,
s’è giocato le cervella
e tra meno di un minuto
ci sta addosso e ci macella”

Ceccone, imbracciando la balestra, rispose:

“Resta sempre da capire
chi è beccaio e chi capretto!
Non mi sento azzellenìre :
venga, l’orco, che l’aspetto!”

Intanto l’orco, poggiata la scala alla torre, aveva incominciato ad arrampicarsi. A ogni gradino, sentiva il profumo di Porziella, fragranza di viole e maggiorana, odore di giorni futuri senza più solitudine, farsi più vicino. A ogni gradino la ferita nel suo cuore sempre più dolcemente sanguinava. E si sentiva la bocca arida, come chi muore di sete e vede da lontano una fontana, senza mai raggiungerla.
Sulla cima della torre, Ceccone armò la balestra. Pigliò la mira. Scoccò la freccia. E, avendo mirato all’occhio sinistro dell’orco, glielo cavò. Con uno schianto che atterrì la foresta, l’orco piombò al suolo e là rimase, come un albero abbattuto dalla tempesta. Con l’occhio che gli restava cercò Porziella e, affacciata a una finestra della torre, la vide, che lo fissava con sguardo pieno d’orrore. Mentre fiutava l’aria senza più sentire il profumo dell’amata, altro non riuscì a dire, l’orco, se non: “Mannaggia a me!”. Né fece niente, quando Ceccone, sceso dalla torre, gli sfilò dal fianco il coltello e gli tagliò il collo. Non perché avesse perduto la forza; ma, avendo capito che, per quante prove d’amore le desse, Porziella non avrebbe mai provato per lui altro che ribrezzo, della vita non sapeva più che farsene. E così la lasciò andare.
Quando fu certo che l’orco fosse morto, Ceccone gli tagliò la testa e la consegnò nelle mani di Porziella. Poi la compagnia s’incamminò verso la reggia, dove il suo arrivo provocò sorpresa, scompiglio e un certo imbarazzo.
“Figlia!” disse il re d’Altomonte.
“Padre!” rispose Porziella nel porgergli la testa dell’orco. Quello fu tutto, perché non c’era altro da dire, o quello che c’era da dire era meglio non dirlo. Per riprendere l’esistenza di sempre, e lo volevano tutti, meglio far finta che nulla fosse accaduto. Il re, purché si levassero di torno il prima possibile, subissò di ricchezze la vecchia e i suoi figli. E a Porziella trovò un bel marito, che l’amò per sempre d’un amore insipido e annacquato. Ma a lei, che l’amore che ti mette sottosopra la vita l’aveva guardato in faccia senza riconoscerlo, andò bene così. Certe volte di notte le tornavano in sogno l’orco e la pulce, trasformati in un essere solo, enorme e terrificante, e ne provava pietà. Tanto che avrebbe pianto, se non avesse già, in una volta sola, consumato tutte le sue lacrime. Ma si sa che le ombre notturne confondono i pensieri, sicché la principessa d’Altomonte, una volta sveglia, ripensando alla pulce e all’orco si ripeteva: “Se la sono voluta!”. La qual cosa dimostra che:

“E’ un fastidio, la coscienza.
Molto meglio farne senza.
Cos’è il male, cosa il bene?
Indagare non conviene,
ma conviene ricordare
solo quello che ci pare:
è un impiccio, la memoria.
Basta. Fine della storia.
E giustizia trionfò…
o forse no?”

1 commento:

Teo ha detto...

Brava!